mercoledì 20 gennaio 2010

INTERVENTO DEL sen. GENNARO ACQUAVIVA AL CONVEGNO IN MEMORIA DI LIVIO LABOR.


Qui di seguito pubblichiamo il testo dell'intervento dell'Ottobre 2009 a Gallarate ,presso la sede ACLI di via Agnelli 33.


Sergio Moriggi:

"Passo ora la parola a Gennaro Acquaviva, ringraziandolo, poiché è arrivato da Roma e,a una certa ora ci dovrà lasciare, dovendo riprendere l’aereo per rientrare nella capitale.
Credo che lui abbia vissuto molto soprattutto la fase molto critica e discussa della vita politica di Labor".


Gennaro Acquaviva:

"Innanzitutto vi ringrazio dell’invito cortese che mi ha trasmesso Pino Borgomaneri. Ho ritrovato qui tanti amici e fratelli di un'esperienza antica, sempre viva. Questa è la mia esperienza fondativa. Certo io ho fatto politica per venticinque anni nel Partito Socialista, ma la mia esperienza nelle ACLI è stata l'esperienza decisiva nella mia vita, nella mia vita di cristiano e anche nella mia vita sociale, nel mio impegno civile.
Io entro nelle ACLI casualmente. Sono un ragazzotto di 23-24 anni che non ha molta voglia di studiare. Vado all'università, ma cerco anche di lavorare. Vengo da una famiglia molto cattolica, le mie sorelle sono tutte democristiane. Per questo quando cerco qualcosa da fare la mia famiglia mi manda da una signorina che è la presidentessa dell’AIMC, l’organizzazione che associa i maestri cattolici, la signorina Maria Badaloni. Forse tra i più anziani qualcuno la ricorderà ancora.

Era una donna straordinaria circondata da maestre donne; ma aveva bisogno di un segretario “maschio” per le questioni parlamentari. Ed io vado da lei sul finire degli anni ’50 per fare questo mestiere. Maria Badaloni governava con mano di ferro questa fortissima e potentissima organizzazione, una realtà che, insieme alla Coltivatori Diretti, costituiva allora il fronte di forza costruito da Pio XII.
Quel Papa, pur così criticato, aveva un'intelligenza politica notevole e raffinata, non usuale in un ecclesiastico. Ad esempio aveva chiarissimo che accanto e addirittura prima del “partito cristiano”, c’era bisogno che esistessero e fossero fortissime due presenze associate, capaci di governare “cristianamente” le realtà popolari di base: una che tenesse in mano i maestri elementari (l’unica scuola che allora esisteva per le grandi masse era allora infatti la scuola elementare) e l’altra che controllasse i contadini, e cioè la base sociale e produttiva allora di gran lunga maggioritaria, che più naturalmente poteva far riferimento alla Chiesa. Per questo i coltivatori diretti e i maestri elementari erano i due protagonisti su cui fondare il controllo cattolico nella società. Fu quindi per me molto utile essere “apprendista politico” in quella scuola, anche se l’esperienza non fu molto lunga. Ad un certo punto infatti mi contrapposi ai miei colleghi dell’AIMC ed allo stesso Presidente su di un tema che allora cominciava ad emergere e che fu di fatto adottato dalle ACLI alla fine degli anni ’50: l’incompatibilità tra incarichi associativi ed incarichi politico-partitici; uno strumento che, tra l’altro facilitò la scalata di Labor, nel 1961 alla presidenza delle ACLI.

È in quel tempo che casualmente conosco Geo Brenna, proprio a seguito di questa mia vicenda professionale nell’AIMC. Brenna è uomo di Labor, che ha vinto da pochi mesi il congresso delle ACLI che si svolge a Bari nel 1961, in cui Livio diventa finalmente presidente della ACLI; è uno dei suoi collaboratori più diretti, ed ha l’incarico di mettere in piedi un Ufficio Studi delle ACLI di buon livello, una struttura che rimarrà famosa nella storia delle ACLI, ed è Geo che mi chiama a lavorare all’ ufficio Studi ed è così che entro alle ACLI.
Questa esperienza, che incomincia per me alla fine del ‘62, finisce nel ‘72 con la sconfitta dell’ MPL: ed è questo è il mio decennio di vicinanza a Livio. Naturalmente anche dopo continuo a rimanergli vicino, ma con maggiore distacco. Livio, che nel frattempo è entrato nel PSI insieme a noi, è eletto membro della Direzione di quel partito nel 1973 e poi diventerà anche senatore socialista nel 1976; però i dieci anni della mia esperienza aclista con lui sono quelli decisivi per la mia formazione social-politica.
Per capire la situazione delle ACLI di quel tempo, con Labor presidente per quasi tutti gli anni ’60, occorre rispondere alla seguente domanda: qual era il punto centrale dell'esperienza delle ACLI di allora? Le ACLI furono attraversate e vissero profondamente, quasi trascinate dalla forza e determinazione di questo grande personaggio, i problemi di quel decennio (decennio decisivo e di svolta della politica e della società italiana) con forte passione, svolgendo un grande ruolo, da protagonisti e da anticipatori sia nella Chiesa che nella politica. Labor è stato un grande presidente di quelle ACLI: animatore, formatore e dirigente di un “movimento in movimento”, come recita lo slogan che lui inventò allora. Era il movimento delle ACLI e “in movimento” era la cifra della sua iniziativa, l’indicazione di una forza in azione, che non si fermava mai.

Qual’ era l’ Italia di quegli anni? C'era un Paese che incominciava, finalmente, a consumare di più, ad essere un po’ più ricco; soprattutto iniziava a formare, anche a livello di massa, nella scuola di Stato, generazioni di persone che andavano oltre il puro leggere e far di conto. Gli anni 60 sono gli anni in cui la vicenda del semplice miracolo economico si conclude nel rilancio; con un po’ di arricchimento: l'Italia si è in qualche maniera modernizzata, ha fatto il salto verso l'industrializzazione e il progresso e da quel livello di vita non tornerà più indietro.
Questa vitalità che si è esprime nel decennio del boom economico non può non toccare e tradursi anche nel sociale e nella politica. Infatti all'inizio degli anni ‘60, si avvia il dialogo della DC verso i socialisti e si realizza la cosiddetta apertura a sinistra, inaugurando una fase di impegno sociale ed anche di rinnovamento profondo nella politica dell’Italia; ma questo incontro con i socialisti - come molti di voi ricorderanno - non realizza appieno le grandi speranze riformatrici con cui nasce, anche se alcune cose importanti vengono pur fatte.

Ecco: le ACLI di Labor vivono questa esperienza ed il suo svolgimento appassionatamente, sia partecipando attivamente alla politica, sia costruendo una presenza sociale forte, in proprio e per il tramite del loro sindacato di riferimento (la CISL), ma anche andando oltre di essa.
Nelle ACLI del tempo c'era addirittura un gruppo parlamentare aclista. Le ACLI allora concorrevano direttamente con la Democrazia Cristiana nella elezione di deputati e senatori che “nasceranno”aclisti e questi eletti formavano, per spinta e coordinamento delle ACLI, un gruppo parlamentare nell’area della Democrazia Cristiana, non eversivo, ma collaborativo rispetto all’assetto del partito, sia nella società che nel Parlamento. Si realizzavano infatti battaglie politiche sulla base della comune formazione aclista e della comune appartenenza partitica, a partire dalla coerenza tra il messaggio delle ACLI, la forza delle ACLI e la realtà della politica.

Questa condizione di rapporto storico, questa condizione di solidale collaborazione, tra ACLI e DC alla fine degli anni ‘60 trova un punto di rottura, appunto a seguito della crisi del primo centro-sinistra ed anche per l’affievolirsi ed il burocratizzarsi di tante parte dell’apparato ideale e della stessa coerenza etico-politica del partito dei cattolici.
Gli aclisti di allora, gli aclisti formati - come prima Gian Enrico ricordava - a quell'esperienza così forte, che non era solo di educazione degli adulti, ma era soprattutto di animazione cristiana della loro azione sociale e politica, erano sostanzialmente della gente seria ed affidabile. In quegli anni, ad esempio, si tennero "migliaia" di corsi di spiritualità nelle ACLI e quindi si realizzarono non solo attività di formazione civile o pre-politica o para sindacale. C’era una straordinaria richiesta di formazione spirituale che, credo, abbia attraversato molti di noi, molti di voi, contribuendo fortissimamente a fare di quella organizzazione e di quei gruppi dirigenti una grande fucina di cristianesimo e di cristianesimo impegnato, disinteressato, pronto nell'attività sociale e nella politica a mettersi a servizio della gente e del bene comune. Era un cristianesimo molto teso e solidale, impegnato a cambiare il proprio Paese ed a migliorarlo, spinto a fare della politica non solo una cosa bella e santa, ma anche una cosa utile alla classe operaia, ai poveri, a quelli che non stavano bene, a coloro avevano bisogno non solo di "pane e companatico", ma anche di educazione, di formazione, di lavoro.
Questa spinta, che era molto sostenuta nelle ACLI, si trasformò per molte ragioni , verso la fine degli anni ‘60, sotto la spinta e l’ impulso di Livio, in un desiderio fortissimo di nuova politica.
Le ACLI del tempo nel loro quadro dirigente erano molto democristiane, ed era inevitabile che fosse così. Il mondo cattolico aveva allora la caratteristica di un missile, come i pezzi di una macchina: "si nasceva” nella parrocchia o nell'Azione Cattolica; poi si andava nelle organizzazioni del lavoro o professionali, e noi andavamo nelle ACLI, camminando in parallelo alla vita di Partito; poi dalle ACLI si andava al Comune, poi dal livello comunale, per i più bravi si poteva salire fino al Parlamento e al Governo. Era insomma un corpo che manteneva in sé omogeneità e finalità unitaria.

Ora, a Labor ed a molti di noi sembrò che questa grande forza in quel finire di ciclo avesse toccato un punto di arretramento e francamente anche di inquinamento nel sistema di governo, dimostrando quindi tutta la sua impotenza nell’ esprimere un'iniziativa sociale all'altezza dei bisogni, e ci apparve chiaro che tutto ciò produceva un corto circuito tale da imporci la necessità, che sentivamo come un obbligo morale prima che come un obbligo politico, di rompere questa unità obbligata e ormai negativa nel partito dei cattolici.
C'era allora, come c'è stata fino a Tangentopoli, una raccomandazione se non una imposizione da parte dei vescovi d'Italia rivolta all'unità politica nella Democrazia Cristiana. Le ragioni dell'unità politica dei cattolici erano molte, erano state sante e importantissime dal ‘43 al ‘48, forse nel ’68 – ‘70 erano meno determinanti, meno cogenti, forse anche meno giustificate.
Noi eravamo convinti - e Labor che ci guidava lo era più di tutti noi - che fosse giunto il momento di rompere questo schema e quindi di portare le organizzazioni del laicato cattolico, in particolare le ACLI, ad autonomizzarsi, a camminare da soli verso la politica, partendo inevitabilmente con il rompere questo schema unitario del mondo cattolico.
Per noi era importante rendere possibile il fatto che il voto di ciascun aclista fosse libero e l'unità politica dei cattolici in un solo partito non fosse un obbligo, ma fosse una scelta libera di chi la voleva. Labor scrisse in quegli anni un bel libro con cui poi iniziò la sua avventura politica, libro che appunto intitolò "In campo aperto"; la nostra idea era che fosse necessario che queste energie così cospicue, così sante, così belle, così forti e intellettualmente all'altezza (e che in parte si esprimevano anche nelle ACLI) fossero appunto disponibili “in campo aperto”, per il rinnovamento della politica, per il suo cambiamento, per un miglioramento generale nella gestione della cosa pubblica.
Com’è facile comprendere tutto questo si traduceva di fatto in una rottura del partito democristiano, con la necessita di dar vita, in qualche maniera, con forme e tempi da definire ad un'altra formazione politica, ad un aggregato di cattolici orientati a sinistra.
Ed è questo, in termini concreti, che è poi avvenne, tra il 1969 (Congresso ACLI di Torino) ed il 1972 (elezioni politiche)

Qui incomincia l’autonoma avventura politica di Labor fuori dalle ACLI, a partire dal 1969, un’avventura che si concluderà non tragicamente ma con la sua e nostra sconfitta.
Se posso esprimere oggi una opinione serena (ormai sono passati più di quarant’anni), andando oltre il racconto di quanto allora avvenne, vorrei soprattutto tornare a richiamare il sentimento di insopportabilità che ci aveva allora coinvolto riguardo alla gestione, che consideravamo sciagurata, di tanta parte della politica DC. Si trattava di una tensione che era più che personale giacché toccare le ragioni morali e spirituali di un gruppo che aveva cominciato ad essere tale nelle ACLI, proprio in ragione del fatto che esse erano sante e povere, erano in movimento teso alla promozione della giustizia e alla crescita umana della classe operaia, nella fedeltà della testimonianza cristiana. In fondo fu questa insopportabilità a spingerci a proclamare il voto libero degli aclisti, a rompere il collateralismo con la Democrazia Cristiana, a fare un Partito e ad andare di fronte agli elettori per chiedere il loro voto.
Il risultato, ripeto, fu un fallimento, nel senso che questo partito, nella fase preparatoria fu abbandonato dai suoi alleati (sia dalla Cisl, che dalla sinistra democristiana rappresentata dalla corrente di Forze nuove e da Donat Cattin) e poi spinto ad andare alle elezioni anticipate del 1972 talmente isolato che fu sconfitto clamorosamente: prese infatti solo 120.000 voti, lo 0,4% dell'elettorato del tempo.
Cosa era successo? Secondo me - ma qui immagino che le opinioni possano essere divergenti - era successo che non eravamo stati in grado di interpretare, come doveva essere correttamente interpretato, quel disagio e quella volontà di cambiamento. Se noi oggi alziamo un poco lo sguardo dalle miserie della nostra vita politica, dalla conduzione dell'attuale governo - adesso qui non vogliono entrare nel merito del disagio, che credo ci attraversi tutti - dobbiamo constatare come il sistema politico, pur essendo riuscito in qualche maniera a modificarsi dopo il 1992-‘94, torni oggi ad essere senza basi sicure, quasi indeterminato nelle sue finalità, di fatto incapace di esprimere, attraverso la democrazia ed il consenso, una politica all’altezza del bisogno di crescita e di sviluppo del Paese, una crescita non solo materiale ma anche morale di questa Nazione, pur così piena di meriti e colma di beni morali e materiali. Se oggi noi constatiamo questo, voi potete immaginare come, in quegli anni, quei poveri aclisti che stavano intorno a Labor vedevano tradito il loro messaggio dentro ad un sistema che non li rappresentava più, dentro questa condizione di insopportabilità a cui ormai era pervenuto l’ interclassismo della Democrazia Cristiana che dovendo coprire tutto, tutto l'arco degli interessi e delle esigenze, dall'estrema sinistra all'estrema destra, di fatto non riusciva a dare le risposte che erano obbligate, che erano pretese dalla necessità di realizzare giustizia e progresso sociale.
Di fronte al disagio con cui oggi guardo – questo vale per me, ma credo di non essere solo - la realtà politica del paese, constato come esso nasca in qualche maniera anche dal nostro fallimento di allora.
Di fatto Labor e noi tutti non fummo in grado di costruire allora, quando forse il tempo c'era, non un'alternativa alla Democrazia Cristiana ma una forza di sinistra cattolica forte della sua convizione, certa del suo retroterra sociale, libera nelle sue idealità, in grado quindi di operare realmente per la ricollocazione e la riforma del sistema politico in termini non solo più razionali ma soprattutto più coerenti alla realtà sociale reale del Paese
Che cosa sarebbe successo del sistema politico italiano se fosse nato allora un partito fondato sulla pratica, i valori ed anche gli uomini del cattolicesimo sociale, un partito solidaristico e progressista, ben innestato sulla forza del mondo cattolico sociale negli anni ’68 –’72 ?
Come poteva essere cambiato il destino del decennio che si allora apriva e che fu poi tragico, non solo per il sangue che lo attraversò, ma anche per le sconfitte che la modernità inflisse ad un mondo cattolico impreparato e sostanzialmente indifeso?
La sconfitta sul divorzio è del ‘74, e fu il segno di una sconfitta drammatica per la Chiesa e per i vescovi che incise in maniera decisiva su di loro ma anche sull’andare della nostra vita politica. Da allora la Chiesa cattolica, ed in particolare il mondo cattolico unito non si ripresero più da quella che fu considerata una vera tragedia, che vissero quasi come un evento epocale difficilmente insopportabile. Per non parlare poi dell’impazzimento che attraversò tante file di giovani e di sacerdoti, anche dentro di noi e senza che fossimo in grado di assicurare alla loro crisi una sponda credibile e vicina e solidale.

Mi corre infine l’obbligo di ricordare il fatto che noi fummo in qualche maniera colpevoli (non avendo ben gestito quel passaggio) nella compromissione delle ACLI fino alla condanna di Paolo VI.
Anche se non si trattò di una condanna vera e propria, la nostra iniziativa pubblica spinse Paolo VI, forse mal consigliato, a dichiarare allora, nel 1971 le ACLI "non gradite”.
Dall'altezza di quel Magistero quelle parole assunsero allora un peso ancor più grave perché erano pronunciate da chi aveva inventato le ACLI nel 1944 ( bisogna infatti ricordare che Montini era stato all'origine di questa creazione, giacché allora sostenne la tesi, anche nei confronti di Pio XII, che bisognava fare per forza il sindacato unitario e che quindi occorresse costruire contemporaneamente un luogo di solidarietà e di unione del sociale cristiano, proprio per mantenerlo unito; così si inventano le ACLI, così agili, così disponibili a fare mille mestieri, fino al punto di fare poi il mestiere per cui erano nate inizialmente, cioè la Cisl, cioè di essere in grado di costruire, da un giorno all'altro, un nuovo sindacato dopo l'attentato a Togliatti del ‘48). Insomma quelle parole di condanna pronunciate dal balcone di Piazza S. Pietro furono gravissime per le ACLI. Ed in qualche maniera io me le sento ancora sulla coscienza.
Noi stessi, essendo in qualche maniera rimasti per strada anche noi stessi, non avendoci guadagnato nulla noi stessi - fummo ripeto di fatto all'origine di quella bella “botta", data alle ACLI dal suo fondatore; all'origine di una "tranvata" che è caduta sulla testa di questa grande organizzazione. Vorrei ricordare che a parte gli assistenti che furono tolti in cinque minuti, il giorno dopo la condanna papale la sede centrale delle ACLI fu ripresa dal Vaticano, ritirarono l’uso dell’edificio e tolsero i finanziamenti, quelli diretti dalla Segreteria dello Stato vaticana che, nell’ultimo anno di presidenza Labor erano stati di almeno 250 milioni, che da allora non arriveranno più. Senza stare qui a raccontare segreti, per quel che so io quel finanziamento decisivo, nel ’71, sparì all’improvviso; fate voi il conto di quanti miliardi sarebbero oggi. Insomma le ACLI non solo persero il consenso e persero gli assistenti, ma persero anche la forza materiale di stare in piedi, di avere un sostegno libero e non vincolato.

Sbagliammo? Non sbagliammo? Chi lo può dire ma vi confesso che io mi sento un po' questa colpa addosso ancora oggi. Voglio chiudere aggiungendo che quel periodo, il periodo di Labor, va studiato seriamente. Da qualche tempo, sto tentando di mettere insieme un gruppo di storici per cercare di raccontare e valutare criticamente quel decennio che corre dal 1962 al ‘72, che non è solo il decennio di Labor ma anche il decennio decisivo delle ACLI. Per far questo ho scritto una traccia di una ventina di pagine, sono andato dal Presidente pro tempore delle ACLI, che mi ha dato un grande consenso. Senza le carte delle ACLI, senza il sostegno delle ACLI non mi sentivo di farlo. Ho parlato con Casula, un bravissimo storico romano che è stato con me il coautore dei due volumi in cui abbiamo raccolto qualche anno fa gli scritti e i discorsi di Livio, per chiedere il suo aiuto.
Proviamo a scrivere questa vicenda prima di morire, cerchiamo di raccogliere le memorie ed i fatti e di interpretarli senza partigianeria, raccogliendo comunque tutte le testimonianze possibili, sia perché quella storia - come prima Gian Enrico ricordava - è bene che non si perda per quello che tutti noi ci abbiamo messo dentro, sia anche perché forse potrebbe essere utile per i nostri figli, per quanti oggi vogliono agire in positivo, andando oltre gli errori ma anche oltre la generosità con cui allora ci impegnammo totalmente in una bella e giusta battaglia, con la guida e l’esempio di quel personaggio straordinario che è stato Livio Labor".


Il testo integrale può essere letto anche nel sito ufficiale della Fondazione Socialismo

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